Gli uomini e le Donne

Vittorio Butera, poeta di Conflenti

Uno dei più importanti poeti della Terra di Calabria, che comprese la nobiltà del dialetto come strumento di espressione migliore per tradurre in parole i moti più profondi dell'animo

Vittorio Butera è stato uno dei più importanti poeti calabresi, contemporaneo e grande amico di Michele Pane. A lui spetta un posto di primissimo piano tra i personaggi che hanno avuto con quest'ultimo un rapporto continuo di stima e amicizia, testimoniato dagli incontri, dalla corrispondenza e dalle poesie che si sono vicendevolmente dedicate.

Vittorio Butera nasce a Conflenti il 23 dicembre 1877 da Tommaso e Maria Teresa Dei Carusi. I Butera erano proprietari di terreni per cui, quando nacque, era più o meno naturale che il padre pensasse al figlio come futuro amministratore del patrimonio familiare che, prima o poi, gli sarebbe toccato ereditare. Il destino però aveva disposto diversamente. La madre di Vittorio Butera muore prematuramente pochi mesi dopo il parto, per cui la figura materna, per quanto possibile, fu sostituita da quella della nonna Peppina che, insieme alla balia, si prese cura amorevolmente del bambino. Gli affettuosissimi rapporti del poeta con la nonna, la sua seconda mamma – che non mancò di raccontargli tante storielle e rumanze – furono fondamentali per la sua crescita e la costruzione dell’immaginario.

Vittorio strinse una grande amicizia col cugino Umberto Stranges. I due erano inseparabili. Tutte le giornate erano trascorse a giocare nei grandi spazi, adatti alla vita "selvatica" dei ragazzi. Fu proprio in questo periodo che Vittorio Butera conobbe ogni aspetto della campagna e della vita dei pastori e dei contadini, accumulando un patrimonio sterminato di nomi e modi di dire, osservando i comportamenti dei tanti personaggi del paese.

Presto arrivò il tempo della scuola che frequentò a Conflenti, sotto la guida del maestro Emanuele Caruso, il maestro di Conflenti per eccellenza, specialmente impegnato anche nel sottrarre i bambini alle richieste da parte delle famiglie per il loro impiego nei lavori dei campi e la cura degli animali.

La scuola piaceva molto al piccolo Vittorio che proprio lì sognerà di tornare nella bellissima poesia Tuornu a ra scola scritta molti anni dopo in cui rivela la struggente nostalgia per l'infanzia e i tanti amici del tempo passato.

Vittorio cresce come un ragazzo modello: ubbidiente, studioso, sensibile, generoso. A scuola è un punto di riferimento e la stima di cui godeva si estendeva anche all'esterno.

Intanto passano gli anni. Dopo gli studi elementari il padre desiderava che avesse continuato gli studi, anche per acquisire le conoscenze da spendere nella razionale gestione delle proprietà. La laurea in ingegneria era l’obiettivo finale ma le difficoltà economiche si misero di traverso. Vittorio è costretto a restare a Conflenti continuando ugualmente gli studi in forma privata sotto la guida dell’ex maestro Caruso, molto preparato in tutte le discipline.

Poco tempo dopo avviene la svolta fondamentale nella vita di Vittorio Butera che proprio in quegli anni aveva perso anche il padre. Lo zio paterno Giovanni, tenente medico della Marina Militare a La Spezia, si assunse il compito di aiutare il nipote. Fu così che nel 1891 Vittorio Butera si trasferì nella città ligure.

Il ragazzo si sente spaesato nel percorrere le strade ampie e luminose delle grandi città, nel vedere le carrozze, le vetrine dei grandi negozi, il treno a vapore, le grandi navi. Il modesto bagaglio di vocaboli italiani che possedeva era insufficiente per la nuova realtà in cui era stato proiettato dalla vita. La prima necessità che avvertì era quella di imparare bene l’italiano, strumento indispensabile per descrivere le bellezze della Liguria che aveva modo di visitare il sabato e la domenica, quando lo zio era libero dal lavoro.

Vittorio Butera restò a La Spezia per tre anni, poi, nell'estate del 1894, tornò in Calabria, prendendo alloggio a Catanzaro per continuare gli studi tecnici.

Conseguito il diploma tecnico, Vittorio Butera si trasferisce a Messina dove ritrova l’amico Stranges e conosce altri personaggi tra cui il decollaturese Emilio Grandinetti (1882-1964), futuro grande sindacalista italoamericano.

Vittorio Butera manterrà i contatti con Emilio Grandinetti fino alla fine, intrecciando con Michele Pane, Gabriele Rocca, Luigi Costanzo e gli altri amici intellettuali di tutta la Calabria una fitta rete di relazioni. Il gruppo di studenti universitari trascorreva in allegria il tempo libero, tra i vari espedienti per arrivare alla fine del mese con i fondi disponibili e le scorribande per trattorie e locali di spettacolo dove più di una volta si improvvisarono provetti musicisti per ricevere qualche offerta dagli altri avventori. In questo ruolo di organizzatore di incontri conviviali troveremo Vittorio Butera per molti anni. Nelle lettere scritti ai suoi amici non manca mai la sollecitazione a organizzare convivi letterari e... gastronomici, specialmente memorabili frittuliate, cioè scorpacciate a base di carne di maiale. Il gusto per la buona tavola però lo porterà, passati gli anni giovanili, a prendere un po’ di peso— per usare un eufemismo— con qualche conseguenza anche per la sua salute.
Dopo il biennio universitario a Messina, Vittorio Butera si trasferì a Napoli dove conseguì la laurea in ingegneria nel 1905. Subito dopo ebbe un posto presso le Ferrovie dello Stato a Palermo, In questa città prese l’abitudine di frequentare le librerie dove acquistava tutte le pubblicazioni in dialetto che riusciva a trovare. Forse fu proprio in quel periodo che la poesia, la sua abitudine a scrivere poesie, era diventata una passione che prevaleva su tutto il resto.

Dopo qualche anno Vittorio Butera decise di trasferirsi in Calabria, prima presso il Comune di Crotone, poi a Catanzaro, dove ebbe un posto di ingegnere alla Provincia. Dopo qualche tempo si era reso libero il posto di ingegnere capo ma lui non volle saperne perché, diceva, non avrebbe più potuto guardare in faccia e dare disposizioni a quelli che fino a quel momento erano stati suoi compagni di lavoro. La verità però era che Butera non voleva assumere posizioni dirigenziali che lo avrebbero portato, volente o nolente, a doversi piegare alla volontà dei gerarchi del regime fascista che non gli erano proprio congeniali. Non frequentava i raduni — e per questo subì rimproveri e minacce — e ascoltava Radio Londra di nascosto. No, una posizione di impiegato gli garantiva maggiore libertà, che era la cosa cui più teneva.

Poco tempo dopo Vittorio sposò Bianca Vitale che fu una compagna ideale, sempre al suo fianco.

Gli anni di Catanzaro furono i più fecondi per Vittorio Butera, sia per la sua produzione letteraria sia per il ruolo che si era saputo ritagliare. Non c'era rivista, convegno, attività letteraria qualsiasi che non chiedesse il suo contributo e il suo parere.

Per quanto riguarda la pubblicazione delle poesie, Vittorio Butera proprio non voleva saperne. Non conosciamo la causa di questa ritrosia, ma c’è da ritenere che avesse poca voglia di gettarsi in pasto a (eventuali) critici malevoli senza averne la necessità, specialmente mentre era in servizio come stimato professionista. Si occupava di poesia per pura passione, e allora perché esporsi con una pubblicazione?
Gli amici però— e fra questi specialmente Michele Pane e don Luigi Costanzo— fecero molte pressioni per fargli pubblicare nel 1949 la raccolta delle sue poesie. Prima cantu e ddoppu cuntu fu la prima e unica raccolta pubblicata con il poeta in vita dall'editore decollatureseVittorio Bonacci.

La scrittura in vernacolo non era stata la prima opzione per Vittorio Butera. Avrebbe forse anche continuato a scrivere solo in italiano, se non ci avesse messo lo zampino il caso. E così era accaduto che un giorno, nella farmacia di Ottavio Pontano, a Conflenti si trovava Michele Pane al quale fu chiesto di recitare una sua poesia e lui, come sempre faceva e come poi farà anche Vittorio Butera, non si tirò indietro. Tra le altre, recitò Tora, una delle più belle, destando molta impressione nei presenti. Vittorio Butera lo ascoltò rapito, incredulo che il dialetto potesse arrivare a tanto, che avesse tutte quelle sfumature liriche e tutto quel sentimento. Da quel giorno capì che anche lui era nato poeta dialettale.

Vittorio Butera capisce improvvisamente che il dialetto è lo strumento linguistico che cercava per esprimere quello che aveva dentro, sentimenti profondi o ironia, sermoni moraleggianti o nostalgia del passato. Uno dei suoi capolavori è 'A staffetta, una poesia dedicata a Michele Pane per il tramite della figlia Libertà che nel 1937 stava per venire da Chicago in Italia per una visita al paese di origine del padre e, soprattutto, per conoscere la famiglia del futuro marito Oronzo De Pascalis. Michele Pane aveva composto per l'occasione la poesia A mia figlia Libertà in cui le raccomandava di visitare tutti i luoghi più cari di Decollatura, suo paese natale. La poesia di Pane divenne nota e acclamata in tutti i luoghi che Libertà visitò, ma il più grande omaggio le fu tributato proprio da Vittorio Butera che per l'occasione compose 'A staffetta, la risposta alla poesia dell'andata, per portare al padre il saluto della sua terra e della sua gente.

La fine per Vittorio giunse il 25 marzo1955, nella sua casa di Catanzaro, stessa città in cui morirà la moglie Bianca nel 1977. Oggi le loro spoglie riposano a Gradisca d’Isonzo (GO) dove furono traslate per volontà dei loro familiari residenti in quella città.


di Giuseppe Musolino


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